Il vero Parmigiano e le indicazioni geografiche

Ci sono due differenze tra marchi e indicazione geografica. Sebbene abbiano funzioni simili, servono entrambi.

Nell’articolo “Cosa c’è di più americano del formaggio Parmesan?”, sul Wall Street Journal del 25 marzo 2014, Brian M. Carney prende in giro le indicazioni geografiche (IG). La sua tesi è che le IG non servono perché la protezione dei consumatori e l’identificazione dei prodotti può essere realizzata più efficacemente tramite i marchi industriali. Vuoi che il Parmigiano fatto a Parma venga riconosciuto come tale? Inventa un logo, registralo e a posto così.

Questo atteggiamento mostra chiaramente, tuttavia, dove risiedano in realtà i fautori di maggiore burocrazia. Carney pensa che centinaia di migliaia di piccole imprese europee che fanno prodotti protetti da IG – dal vino, al formaggio, ai salumi e prosciutti – dovrebbero inventare un marchio poi registrarlo in tutto il mondo. A me questa pare solo una imposizione burocratica.

Ci sono due differenze chiave tra marchi industriali e IG, e sebbene essi abbiano funzioni simili, servono entrambi. Primo: chiunque può registrare un nuovo marchio, mentre ci sono voluti secoli e generazioni per perfezionare il Parmigiano. Secondo: le IG proteggono un intero settore di imprese che producono lo stesso bene in un determinato territorio, piuttosto che una sola specifica impresa che ha avuto una buona idea. Tradizionalmente queste imprese diffuse non utilizzavano un marchio: le centinaia di produttori di Parmigiano non ne avevano bisogno, nonostante producessero tutti lo stesso formaggio. La regolazione delle IG è il modo in cui Italia, Francia e UE (e in seguito il WTO) sono riusciti a combinare la secolare tradizione delle produzioni artigianali di cibo e vino all’interno di una moderna economia capitalistica. Le IG sono strumenti che garantiscono un’equa competizione ad imprese private che producono beni con specifici standard di qualità e di processo, in una determinata area geografica. Naturalmente, le IG proteggono in maniera simmetrica i consumatori dalle truffe alimentari.

Sono necessari avvocati e specialisti della proprietà intellettuale capaci di definire cosa rende unico, per esempio, il marchio Coca-Cola, e in quale misura altre bevande possono o meno essere chiamate “quasi-cola”. Deridere i dettagli relativi a queste competenze non riduce l’importanza e l’utilità dei marchi industriali e delle Indicazioni Geografiche come strumenti per proteggere la libertà d’impresa e la libertà dei consumatori.

Carlo Calenda
Vice Ministro dello Sviluppo Economico, Roma